Dal teatro al campo di calcio: perché il gioco è la miglior scuola di vita

08.08.2026

Due chiacchiere con Mister Enrico Tirloni che ha fatto della creatività e della passione mezzi indispensabili per il suo lavoro di alleducatore.

Recentemente ho fatto una chiacchierata speciale con Enrico Tirloni (che magari avete già ascoltato in un episodio del nostro podcast Sport e Cittadinanza). La sua storia è incredibile: ha lavorato nei teatri municipali, in SIP, sui palchi accanto a Pavarotti e persino con Topo Gigio. Oggi porta tutta questa straordinaria creatività sui campi di gioco e nelle periferie.

Parlando con lui, mi sono reso conto di quanto il mondo dello sport giovanile abbia bisogno di un radicale cambio di prospettiva. Ecco i concetti che mi hanno colpito di più e su cui credo dovremmo riflettere tutti, che si sia allenatori, genitori o semplici appassionati.

La rivoluzione degli Small-Sided Games

Spesso nei settori giovanili ci si dimentica della cosa più importante: il divertimento. Troppi schemi, troppa tattica e poca fantasia.

Enrico propone un approccio basato sui piccoli giochi a tema (Small-Sided Games), dove le regole, gli spazi e le situazioni cambiano continuamente. Giocare a tre porte, dividere le squadre in modo insolito, lasciare che siano i ragazzi stessi a proporre varianti... L'obiettivo? Nessun allenamento deve essere uguale al precedente. Se mantieni vivo l'imprevisto, mantieni vivo l'entusiasmo.

Oltre l'ansia della prestazione: la "perfettibilità"

Siamo ossessionati dal tabellone del punteggio e dai risultati immediati. Ma a che prezzo?

Il vero obiettivo di chi educa attraverso lo sport dovrebbe essere la perfettibilità: accettare che ogni ragazzo può e deve migliorare, non solo nella tecnica o nel tiro i porta, ma come persona. Quando sostituisci l'ansia della prestazione con la cura della crescita individuale, liberi i ragazzi dal peso delle aspettative soffocanti.

"Se segnate dopo un bel passaggio, il merito è di entrambi a metà."

Il passaggio come scelta etica e metafora di vita

Avete mai pensato al passaggio come a un atto di generosità? In campo, passarsi la palla non deve essere l'ultima spiaggia quando non si sa cosa fare, ma una scelta consapevole di collaborazione. Offrire un appoggio al compagno sul campo è la metafora perfetta di cosa significa sostenersi nella vita di tutti i giorni: insegna a coordinarsi e a capire che da soli non si va da nessuna parte.

Ricostruire la "cultura del cortile" nell'era digitale

È inutile negarlo: smartphone e schermi stanno rubando ore e attenzione ai nostri ragazzi. Ma la colpa non è solo della tecnologia. Negli ultimi anni sono scomparsi i cortili, i campi di quartiere liberi, gli spazi di ritrovo spontanei.

In questo scenario, l'allenatore non può più essere un semplice tecnico. Deve diventare una figura di riferimento capace di creare un ambiente accogliente. Il campo deve essere un posto dove i ragazzi, molto semplicemente, stanno bene.

L'identikit del buon allenatore

Se potessi dare un solo consiglio a chi si siede per la prima volta su una panchina di piccoli atleti, sarebbe quello di ritrovare il bambino che ha dentro.

Non servono solo competenze tecniche o manuali di tattica: serve l'entusiasmo del contadino che insegna a piantare. Un buon educatore non cerca il proprio successo personale, ma la gioia di vedere il percorso fatto dai propri ragazzi.

Coach Anto

E voi cosa ne pensate? Che ricordo avete dei vostri allenatori d'infanzia? Erano più attenti al tabellone dei punti o alla vostra crescita? Fatemelo sapere nei commenti!

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